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I Gioielli Tripolitani dei primi ‘900

Un giorno, cercando qualcosa che stuzzicasse la mia curiosità, sono incappata in tre paginette di una rivista del 1930, scritte da Alessandro De Mori, dove si parlava dei Gioielli Tripolitani.

Mi sono messa a cercare quante più informazioni potevo raccogliere in merito ma con mia grande sorpresa questo articoletto descriveva ciò che non si trova in giro. Un pezzo di storia del gioiello che rischia di andare persa.

Addentriamoci in questo mondo…

Dalla Francia e dall’Italia arrivavano a Tripoli, in verghe e barre, argento e oro per la lavorazione. Il lavoro dei metalli preziosi era estremamente importante a Tripoli, a cui si dedicavano due importanti corporazioni israelitiche: quella degli argentieri e quella degli orafi.

Nelle piccole botteghe, gli artieri seduti sopra a delle stuoie, attendevano che arrivasse la materia prima per potersi mettere all’opera.

Ogni bottega aveva il suo maestro e i suoi discepoli attenti ad imparare il lavoro per diventare dei professionisti nella lavorazione dei metalli preziosi e nell’incastonatura delle pietre e delle perle.

Tratto dall’articolo di Alessandro De Mori

Gli strumenti da loro utilizzati erano molto semplici, a vederla oggi non la distingueremmo dalla bottega del fabbro! Ma l’oro che lavoravano doveva sempre essere il più puro possibile per non screditare la propria arte e rischiare di non avere abbastanza clienti.

I gioielli in oro erano estremamente importanti per questi popoli, avevano un’importanza sociale dalle quali dipendevano le sorti. In questi territori agricoli il commercio locale legato ai metalli preziosi dipendeva esclusivamente dall’andamento del raccolto: negli anni in cui il raccolto era abbondante era costume tra gli uomini offrire alle loro donne monili pesanti e vistosi di oro.

L’argento veniva lavorato con cesellatura grossolana. I colpi cadevano pesanti e precisi e percuotevano sempre in pieno il metallo prezioso incandescente, che si allungava, si arrotolava, si faceva duttile e flessibile per plasmare nuove forme.

La lavorazione dell’oro era meritevole della massima considerazione, si basava specialmente sulla famosa tecnica della filigrana: i fili metallici, sottili e duttili, saldati gli uni con gli altri, si piegavano formando motivi floreali o geometrici sulla quale superfice si andavano ad incastonare perle e gemme preziose.

Tratto dall’articolo di Alessandro De Mori

L’influenza estera pesava sul lavoro d’oreficeria, si seguivano le tradizioni di Genova, dell’Arabia, dello Zanzibar e della Mauritania.

In queste terre dove il lavoro scarseggiava quest’arte si tramandava di padre in figlio, era patriarcale, il cui scopo era principalmente adornare le donne di Tripoli nell’intimità delle pareti domestiche. Tra gli arabi e gli israeliti era tradizione culturale curare molto l’abbigliamento delle donne. I monili formavano in gran parte il corredo nuziale delle donne; erano i segni tangibili della loro ricchezza; ne costituivano la loro riserva aurea che in casi di assoluta necessità economica vendevano o cedevano in pegno. Tutte le donne, anche le più povere, erano tutte ornate di monili e non era raro incontrare anche nei territori più interni, delle donne arabe vestite di stracci che mostravano con ostentazione orecchini, braccialetti, collane d’oro e d’argento, pesanti e rumorose che davano ad ogni movenza un tintinnìo festoso, accrescendo quella grazia e quell’armonia che la donna araba ha sempre avuto fama di trasmettere in ogni atteggiamento della sua vita.

La donna voleva apparire più bella e civettuola sia che stesse cavalcando un cammello sia che stesse trasportando pesi sulle spalle; adornavano il collo con collane lavorate in filigrana o collane di argento fuso, portavano alle braccia e ai piedi diverse fogge di braccialetti mentre alle orecchie amavano indossare orecchini di perle, oppure orecchini grossi con catenine e cerchi per orecchi o anelli e dischi di argento fuso che adornavano la testa , le trecce e le mani. Altri monili di cui erano solite decorarsi queste donne erano cinti di argento, gli anelli di argento per i piedi e gli anelli appesi alla cintola del vestito con gli amuleti forgiati a corno e le fialette per serbare i profumi.

Un amuleto che si vedeva spesso nelle loro lavorazioni di oreficeria sia per gli uomini che per le donne è “la manina di Fatma”, l’adorazione del Profeta. I musulmani la ritengono tutt’ora un potente amuleto tanto da portarlo addosso e scolpirlo sull’alto dei portali affinchè ogni maleficio esterno perda la sua influenza.

Di sole manine di Fatma riprodotte in filigrana di oro e di argento, i buoni e pazienti artefici del quartiere di Suk e di Siaga, ne fabbricavano migliaia in un anno che venivano acquistate dai Tripolini e più avidamente ancora dalle carovane che giungevano dall’interno per commerciare/scambiare.

Questo articolo fa notare come già a quel tempo nello stile della produzione va scomparendo ogni traccia delle antiche tradizioni e non si nota alcuna impronta dell’arte del passato; vediamo invece come domina l’arte araba imbastardita con grossolane imitazioni dell’arte europea.

tratto dall’articolo di Alessandro De Mori

Continuando le mie ricerche ho trovato un libro inglese “Tripoli in Africa” di Richard Tully dove c’è un piccolo trafiletto che ci interessa.

Tully era un Console di sua maestà britannia presso la Corte Tripolina.

Siamo alla fine del XVIII secolo d. C. e il Pashà di Tripoli è Alì Karamandi; Tully trascrisse nelle sue memorie il primo incontro con quella che sarebbe stata la sua moglie legittima, Lilla Kebbiera di cui sottolinea la bellezza:“La sua camicia era ricamata in oro intorno al collo. Sulla camicia avea una veste tessuta d’oro e d’argento senza maniche, e sopra questa un’altra di velluto porpora con ornamenti d’oro, e bottoni di Corallo e di Perle, vicinissimi gli uni agli altri sul dinanzi. Le maniche della seconda veste erano cortissime e adorne d’un gallone d’oro. Il baracano che la sovrana portava sopra gli altri vestimenti, era della più bella mussola e velo cremisi stesso colore Ella avea intorno alla chiavicchia di ciascun piede una specie di anello largo un pollice e mezzo, d’oro massiccio. Immediatamente sopra questo anello un tessuto di fil d’oro terminava un calzone di seta gialla languida e bianca. Avea cinque pendenti per ogni orecchio, due a basso e tre in alto, e tutti di pietre preziose.”

Nelle sue memorie il Console Tully si sofferma a lungo nel descrivere l’essere civettuole delle donne di Tripoli, invidie e gelosie sembrano essere sempre alla base del loro modo di relazionarsi, è una continua gara ad essere le più belle e le più ammirate, con tessuti pregiati ma soprattutto gioielli a costo di essere uccise per questo!

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