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La Giada, la pietra dell’Imperatore.

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Nonostante Marco Polo nel XIV secolo recasse notizia di favolosi oggetti e gioielli lavorati artigianalmente in Cina con un materiale durissimo dai mille colori, i primi ad importare in Europa manifatture in Giada furono i Portoghesi che fin dal XVI secolo stabilirono saldi rapporti commerciali con la Cina.

All’epoca era estremamente pericoloso esportare la Giada perchè per i cinesi aveva un valore superiore all’oro, oltre che un significato teumaturgico e medicamentoso, di conseguenza ne era vietata l’esportazione. Nella medicina cinese veniva usata come diuretico solo indossandola, tanto che in Portogallo fu esportata col nome di “petra de mijada” (pietra urinaria) volgarizzato poi in “giada”. Ecco dunque da dove deriva il nome…l’avreste mai pensato? Il suo nome originario cinese è Yü il cui significato era “tesoro”, tutta un’altra cosa….poi, con la prima classificazione latina fu denominata “lapis nephriticus” cioè l’attuale “nefrite”.

È composta da silicato di calcio e magnesio o alluminio, con durezza 4,5 su scala Mohs.

Ai nostri giorni spesso viene imitata con pietre come l’alabastro e Fluorite, assai di scarso valore.

Nell’antichità il taglio e la lapidazione della Giada erano eseguiti manualmente mantenendo sulla superficie da incidere un unguento grasso a cui veniva incorporata della fine polvere abrasiva ottenuta polverizzando Granati e frizionando continuamente con una stecca di bambo o osso…immaginate il lavoraccio! Fortunatamente dal I millennio a.C. cominciarono a lavorarla con le punte di diamante.

La vera origine della Giada si fa risalire ai depositi alluvionali del Turkestan, ciottoli di modeste dimensioni, ma per la sua estrazione e raccolta venivano impiegati sia uomini che donne.

Ma ritroviamo questa pietra anche nelle Americhe precolombiane che a quando pare veniva estratta dalle popolazioni assieme alla giadeite dalle rocce di alcune montagne del sistema andino o dell’altopiano messicano. In effetti per Giada si intendono 2 tipi di pietre, la nefrite e la giadeite. La differenziazione dei due minerali avvenne solo nel 1863. La giadeite è più rara rispetto alla nefrite i cui unici giacimenti in tutto il mondo, sono in Birmania; invece la nefrite è un minerale più comune e lo troviamo in Cina, Nuova Zelanda e Russia.

In Siberia meridionale invece si trova la Giada nefritica, in particolare in grandi massi alluvionali presso fiumi, questa si presenta verde scuro, con chiazze biancastre e con inclusioni di grafite che evidenzia dei punti sfuocati neri. Nell’antichità i cinesi conoscevano questa Giada e la chiamavano Giada spinacio.

Vi stupirà sapere che la pura Giada o giadeite in realtà sono bianche, è solo grazie alle inclusioni di diversi minerali che prendono varie colorazioni. La presenza di ferro porta un colore lilla e il colore verde è causato dal cromo come per lo Smeraldo.

Il gioiello per eccellenza creato in Giada è il PI. Risale al Neolitico ed è un disco con simboli scolpiti che veniva usato nei rituali o indossati come talismani, molti ne sono stati rinvenuti in siti di tombe funerarie antiche, assieme a statuette rappresentanti animaletti, pesci, cicale, gufi…

Placche di Giada di diversi colori, lisce o più o meno incise e con uno o due fori per appenderle ai vestiti, furono usate dai cinesi in tutte le epoche, a partire dalla fine del III millennio a.C., la forma più semplice e più antica risale addirittura al neolitico.

I gioielli più lavorati si trovano dal XII al VII secolo a.C. ma la sua massima perfezione comincia tra il V e III secolo a.C. dove cominciamo a recuperare dalle tombe perline e collanine di fattura più minuta, intagliate e lavorate con ricercata maestria.

Un oggetto che si può dire accompagna la vita di ogni cinese, oggi come forse nei 40 secoli prima, è il sigillo personale. Aveva un valore simbolico assoluto e accettato come firma simbolica. Tutti ne avevano uno, non tutti potevano permettersi di imparare a scrivere e leggere di conseguenza esistevano degli scriba pubblici che stillavano contratti commerciali e documenti sui quali poi veniva posto il sigillo dell’interessato come firma. Il sigillo imperiale era essenziale per determinare la successione al trono. Inizialmente era una semplice placchetta ovale con un foro per passarvi una funicella e poterlo appendere alla cintura, poi si è evoluto in un massiccio oggetto quadrato che portava il nome e le credenziali della persona assieme a vari decori ornamentali.

Gli esperti d’arte affermano che la massima espansione dell’arte della Giada in ogni settore avvenne durante il regno dell’imperatore Ch’ien Lung (1736-1795) con tecniche di massima precisione per ottenere finissime incisioni.

Dal XVII secolo in poi ogni cinese aveva almeno un bottone di giada sul vestito o sul berretto, i più ricchi avevano le fibbie delle cinture in Giada incisa, o ornamenti arzigogolati sui cappelli. Letterati e artisti avevano sul tavolo da lavoro accessori in giada.

L’espressione “Giada Imperiale”, che ancora oggi indica la migliore qualità, si deve all’imperatrice Tzu-Hsi (1835-1908). L’ultima sovrana cinese introdusse l’obbligo per i commercianti di giadeite birmana di sottoporre alla corte i migliori esemplari appena importati. L’imperatrice aveva il diritto di prelazione sui pezzi più belli e quindi ancora oggi il termine di Giada Imperiale è sinonimo di qualità.

Nel golfo del Messico si susseguono tre principali civiltà e fra il V e il I secolo a.C. fiorisce un’arte della Giada ma più specificatamente di giadeite e della sua lavorazione di rara abilità esclusivamente di lavorazione manuale. Gli oggetti rinvenuti nelle loro antiche dimore o tombe sono statuette o pendenti con raffigurazioni umane erette o accovacciate. Le maschere mortuarie scolpite in Giada e porfido di eccezionale forza espressiva e naturalistica sono particolari manifestazioni artistiche dove eccelsero queste popolazioni. Furono Maya e in particolare gli Aztechi i protagonisti indiscussi nella singolare maestrìa naturalistica delle decorazioni incise e scolpite nella Giada, oggetti usati prevalentemente nei sacrifici umani. Di queste popolazioni mancano totalmente l’origine della tecnica e dell’arte della lavorazione della Giada, a differenza della Cina dove esiste una vasta testimonianza.

Un ultimo accenno riguarda i ritrovamenti in Nuova Zelanda dove sono state trovate diverse espressioni di lusso decorativo in Giada con complicati intagli di soggetti a carattere totemico. Questi gioielli tribali non ebbero mai un uso per le virtù medicamentose ma sicuramente ci fu un uso smodato a livello di talismani, amuleti e coltelli. Da qui proviene il pendente hei tiki, non più alto di 7/8 centimetri, piatti, con rappresentata una figura antropomorfa, grottescamente contorta con la testa sproporzionatamente grande e inclinata da un lato, le gambe rattrappite su cui è sostenuto il corpo. Si pensa che sia u talismano che rappresenti la fecondità anche se la ritroviamo in certi riti funebri, sicuramente era un oggetto venerato e ogni persona che moriva veniva seppellito col suo hei tiki. Non si conosce ancora che tecnica utilizzassero per incidere la Giada ma sicuramente era qualcosa che veniva utilizzato dal popolo del posto poiché nulla dei loro reperti lascia supporre a commerci o scambi esterni.

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