Al momento stai visualizzando Le monete come ornamento in epoca romana

Le monete come ornamento in epoca romana

Un bellissimo argomento, più attuale che mai. Chi non ha visto monete incastonate in pendenti, in anelli, in collane o in bracciali? Magari nella bigiotteria moderna le monete sono finte, spesso lamine rotonde sottili sagomate ma nel passato quando una moneta cadeva in disuso ecco che veniva recuperata per creare bellissimi e originali ornamenti.

Abbiamo testimonianze che nel I-II secolo d.C. presso i Romani era uso creare ornamenti con le monete antiche, questo da un lato ci permette di datare i gioielli ma dall’altro trattandosi di monete antiche, si può essere facilmente sviati dall’effettivo periodo di confezionamento dell’ornamento stesso. In questi casi un’analisi metallografica aiuta ad essere più precisi riguardo il periodo di origine.

Questa demonetizzazione consisteva in un piccolo foro attraverso il quale veniva passato un anellino per intrecciarlo alla montatura finemente lavorata per supportare ed esaltare questa specie di numismatismo ornamentale.

Le monete sostituivano le pietre preziose o i vetri colorati tanto usati e spesso accompagnavano un ideale che poteva essere politico, religioso, scaramantico, ecc … poichè la moneta la ritroviamo nei rituali e soprattutto ai metalli è sempre stato dato un valore di protezione in base al metallo usato. Per non parlare delle raffigurazioni delle divinità che condizionava il loro uso per richiamare la protezione o l’aiuto di duna divinità piuttosto che un’altra.

Sia nell’impero romano d’oriente che in quello d’occidente era largamente diffusa questa moda come ci hanno sempre dimostrato moltissimi ritrovamenti archeologici, rari in Italia. Venivano creati pendenti, collane, diademi, anelli, fibule ma ciò che ha attirato l’attenzione degli studiosi sono i braccialetti, detti armillae, che assumono un significato importante di valore numismatico.

Infatti in termini più materiali le monete utilizzate erano prevalentemente in oro e in argento e oltretutto già decorate, quindi si prestavano bene ad essere inserite nei gioielli anche per un discorso di potere, distinzione sociale e tesaurizzazione. A questo proposito la moneta antica svolgeva una funzione di misurazione del valore, in relazione ai prezzi correnti in un certo periodo, ma fungeva anche da riserva di valore, per cui i nominali, in particolare quelli aurei, ma anche quelli d’argento, mantenevano nel tempo, o addirittura aumentavano, la loro valutazione.

Tutti questi significati potevano coesistere o essere distinti nella scelta della realizzazione del monile. Certo la datazione ci può far capire a che scopo può essere stato creato un gioiello di questo tipo ma non conoscere il luogo preciso della sua lavorazione non consente di capirlo fino in fondo e soprattutto inserirlo in un contesto culturale specifico.

L’uso delle monete negli ornamenti risale al IV secolo a.C. ma l’apice di questa sfarzosa moda la troviamo nel III secolo d.C. come espressione politico-ideologica (emblema di lealismo politico) o religiosa e dove troviamo nuove tecniche più complesse di lavorazione.

Un procedimento piuttosto grossolano, prevedeva una cornice, a cui era saldata una lamina che poteva essere semplicemente ripiegata sul rovescio, formando ondulazioni più o meno ampie, oppure veniva ritagliata a formare linguette triangolari che permettevano di seguire più agevolmente il bordo circolare. Questo sistema rischiava di coprire decori e scritte della moneta e quindi era usato per la creazione di gioielli di classi sociali basse. Il sistema più raffinato, che conferiva un aspetto impeccabile anche al retro del gioiello, era invece costituito da due castoni in oro, che, inserendosi l’uno nell’altro, trattenevano la moneta; talvolta si rendeva tuttavia necessaria l’aggiunta di due grappe saldate sull’orlo al rovescio per ottenere una maggiore sicurezza.

Le cornici che racchiudevano le monete erano spesso di forma circolare, tuttavia sono documentate anche montature ottagonali ed esagonali. Nella grandissima maggioranza dei casi i pendenti presentano un attacco dell’anello di sospensione ed una montatura tali da prevedere l’esibizione del lato della moneta recante il ritratto imperiale. Le decorazioni delle cornici erano semplice cerchio lineare in tempi antichi e dal III secolo d.C. in poi presentano la saldatura di fasce in cui predominano le decorazioni a ovuli, palmette e pelte, più raramente ad archetti, mentre la lavorazione a giorno (opus interassile), per lo più con motivi vegetali intrecciati. Questa distinzione consente di riferire a tale periodo la realizzazione di gioielli con monete anche di I o II secolo d.C.

Uno degli elementi innovativi introdotti nel III secolo è dato dall’impiego di più pendenti nello stesso monile per creare una collana, talvolta associati ad ornamenti in altri materiali, quali pietre incise o cammei. Di conseguenza, i gioielli monetali di questo periodo costituiscono realizzazioni di grande effetto.

La distribuzione dei rinvenimenti di gioielli monetali sottolinea una concentrazione in aree periferiche dell’Impero come la Gallia e le province danubiane, come pure l’Egitto, e di una maggiore frequenza del loro uso in questi territori. Questi dati consentono di delineare qualche ipotesi sulla localizzazione dei centri di produzione e anche sul tipo di officine.

Bisogna tenere presente che in certe aree periferiche l’economia locale doveva essere caratterizzata da scambi tra merci, mentre le importazioni dovevano essere pagate prevalentemente con denari d’argento e, dalla metà del III secolo, con radiati quindi l’oro e le monete d’oro dovevano arrivare in quantità assai ridotte, come attesta il dato archeologico che, in zone come quelle corrispondenti al limes germanico, evidenzia il riutilizzo come gioielli della maggior parte delle monete auree rinvenute, ciò sottolinea il loro uso come segni di status sociale e come oggetti di valore da tesaurizzare. Diversa poteva essere la situazione altrove dove esistevano sia la materia prima che una buona circolazione di monete auree, oltre a maestranze di notevoli capacità tecniche per la realizzazione di gioielli estremamente raffinati che tuttavia dovevano rispondere alle medesime esigenze di riconoscimento sociale da un lato e di riserva di valore dall’altro.

La consuetudine dello scambio di doni assume, soprattutto a partire dall’età costantiniana, un carattere ufficiale e in questa prospettiva l’usanza di donare monete, come simbolo beneaugurante, durante tutta l’epoca imperiale, si avvale di emissioni monetali straordinarie, realizzate con tutti i metalli, soprattutto in oro. In epoca tardoantica sono proprio multipli aurei ad essere trasformati in elementi di ornamento personale di forte significato ideologico, oltre a monete regolari.

Nel IV e V secolo, si diffuse l’uso delle fibule, accessori di abbigliamento usati per fermare il mantello sulla spalla. Da oggetti funzionali si trasformano in potenti espressioni di prestigio sociale, divennero gioielli monetali soltanto in l’epoca avanzata e in contesti non romani.

Gli anelli: anche per questo tipo di ornamento la documentazione maggiore, sebbene non numerosa, appartiene al III secolo. La tipologia degli anelli appare piuttosto uniforme e presenta come elemento comune l’allargamento della spalla, necessario per consentire l’inserimento della moneta, caratteristica del resto ricorrente in tutti gli anelli con castone, anche quando realizzato con pietre; il risultato è quello di oggetti di notevoli dimensioni, certamente più adatti all’uso e al gusto maschile. Anche in questa categoria di gioielli ricorre la messa in evidenza del lato della moneta contenente l’effige imperiale.

Riguardo i bracciali, quelli decorati con monete, sono estremamente rari e in alcuni casi purtroppo oggi noti soltanto attraverso disegni.

In Italia non era solo usanza romana ma anche di altri popoli di cui si sono trovati reperti in monili in tutta la penisola. Il ritrovamento veronese nello scantinato di un’abitazione in via Duomo 8 nel 2004, attesta invece una associazione diretta di monete romane risalenti fino al III sec. d.C. con alcune delle più diffuse classi di moneta spicciola circolante nella penisola fino all’insediamento dei Longobardi. La maggior parte delle deposizioni in tombe longobarde restituisce nuclei di monete omogenei, composti solo da piccoli o medi bronzi di IV sec. d.C. Le tombe di bambini ci fanno considerare come il monile da decorazione era usato da tutti non solo per uno status ma per un’esigenza di ornamento senza età. Un altro utilizzo che è proprio dei Longobardi è la cintura decorata con monete di bronzo oltre agli usi già visti in collane, bracciali e pendenti.

La compresenza di numerario romano, bizantino e ostrogoto conferma la possibilità che queste monete di bronzo fossero rimaste sul mercato, accumulate e scambiate tra loro sulla base del loro pur modesto valore intrinseco. In ragione sia del loro pregio sia della loro antichità, può provare che essi fossero considerati oggetti di un certo prestigio, degni di ostentazione e pertanto riutilizzabili come elementi decorativi per gioielli.

In conclusione, tornando al contesto romano, l’inserimento di monete nei gioielli sembra esprimere un segno di distinzione in ambito sociale e testimonia tendenze estetiche diffuse, alle quali si associa una forte componente ideologica ma documenta anche una indubbia passione numismatica, non separata dall’espressione di un significato genericamente beneaugurale assumendo un valore di amuleto o talismano.

Lascia un commento